Quando la responsabilità diventa solitudine

Pubblicato il 02/07/2012 da Alessandro in Generale
Quando la responsabilità diventa solitudine

Mi ha sempre incuriosito osservare da vicino uomini e donne di successo, e partecipando da anni a corsi, meeting e convegni mi sono fatto sicuramente un quadro abbastanza chiaro del loro “profilo”. Una cosa che accomuna molti di loro è una parola che all’inizio il “neo osservatore” non si aspetta: solitudine. La solitudine di chi è in alto, che i dirigenti sperimentano spesso, proviene dalla certezza di essere responsabili del fallimento o del successo dell'organizzazione; essi possono condividere la loro autorità con dei colleghi ma non la responsabilità. Quando una squadra di calcio ha una stagione deludente, sono il direttore sportivo e l’allenatore ad essere ritenuti responsabili degli scarsi risultati, sono loro, e non i singoli giocatori, i veri responsabili degli insuccessi della squadra che, per i più, ha semplicemente eseguito degli ordini. Un leader decide la rotta da seguire e quindi deve anche accettare la responsabilità del risultato e, proprio come un ammiraglio nella sua cabina di comando, spesso si ritrova solo con il suo lavoro, certo che troverà ottima compagnia solo qualora le sue idee e i suoi sforzi si trasformino in un successo. Il mio capo e guida insostituibile nei primi anni di attività, mi diceva spesso che se era il successo che andavo cercando, dovevo abituarmi a convivere con due cose dal sapore amaro: solitudine ed incomprensione. E’ anche vero che è possibile passare la vita senza mai accettare alcuna responsabilità, ma questa libertà dalle preoccupazioni del mondo ha un costo talvolta molto elevato. Se si ha l’abitudine di uscire dalla porta del retro quando la responsabilità entra da quella principale, si perderanno inevitabilmente anche le opportunità che sempre accompagnano le responsabilità; in quasi ogni vocazione, sportiva o professionale, i risultati sono direttamente proporzionali alle responsabilità che si è deciso di assumersi. Certo tutto questo ha un senso se si è deciso di aspirare ad una posizione più alta nel proprio lavoro e di conseguenza ad una remunerazione maggiore mentre suona come una grossa forzatura per chi non ambisce ad un ruolo più alto e considera la cosa come un volersi fare del male gratuito e, in buona sostanza, incapacità di sapersi godere la vita. Per quello che ho visto con i miei occhi, in questi 30 anni di lavoro, posso assicurarvi che quello che diceva il mio capo alla fine rispecchia la realtà e ci aggiungo anche che rimanendo spesso solo ed incompreso, colui che ricopre il ruolo del leader rischia di distaccarsi molto, troppo dal mondo reale che lo circonda e così facendo finisce con il distruggere ciò che in tanti anni di sacrificio ha creato. La soluzione credo stia nel buon senso di accettare le responsabilità che ci vengono proposte senza però dimenticarci il percorso fatto all’inizio, mantenendo vivo un cordone ombelicale tra noi e chi vediamo molto lontano da quello che oggi siamo e facciamo. Il mondo è pieno di persone così da imitare. Alessandro Pozzi

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Questo articolo è stato scritto da Alessandro

Alessandro

Nei primi vent'anni della mia vita ho sofferto molto per la mia timidezza, pagandone un prezzo molto alto. Poi sul mio percorso ho trovato un nuovo lavoro che mi ha cambiato la vita e catapultato nel mondo delle pubbliche relazioni. Oggi addirittura, quando parlo in pubblico, prediligo la vasta platea definendomi un "animale" da palco. La vendita è stata per me una grande palestra e maestra di vita aprendomi le porte dell'insegnamento e del coaching. In cosa sento di avere una marcia in più? Sicuramente nel saper ascoltare e nel comunicare in modo semplice ed estremamente pratico.

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