Quando la passione ci prende, non esiste sacrificio.

Quando la passione ci prende, non esiste sacrificio.

Parliamo di passione. Tra il 1992 e il 1995 ho passato le domeniche mattina a lavorare nel mio ufficio in quel di Pavia. Tenevo riunioni motivazionali con il mio gruppo di lavoro e la scelta della domenica era obbligata in quanto più della metà delle persone collaborava part-time, avendo già un’occupazione. Una mattina parlai con convinzione e in modo approfondito della Passione. Ricordo di aver iniziato la riunione parlando delle decine di persone che avevo visto con i piedi e le gambe a mollo lungo il canale che mi accompagnava da Rozzano al capoluogo pavese. Io passavo di li verso le 8.30 e loro già stavano in “attesa” da parecchio tempo. Quella domenica avevo al mio fianco Diego, mio caro amico, con il quale nacque una discussione piuttosto accesa. Lui sosteneva infatti da tempo che io ero “ammalato di lavoro", ero strano e l'idea di lavorare tutte le domeniche per aiutare il mio gruppo a produrre risultati migliori, mi faceva assomigliare al peggiore degli stacanovisti. Il bello è che non era il solo a pensarla cosi: chi mi vedeva da fuori più o meno faceva lo stesso ragionamento del mio amico al quale ad un certo punto rivolsi una provocazione. Dissi: “Ma quelli lì che si svegliano alle 5 del mattino, prendono l’auto, fanno chilometri spendendo denaro per stare ore e ore nell’acqua, con la nebbia e il freddo pungente della Val Padana, secondo te, non sono anche loro un po’ ammalati?” Ci fu LA risposta, non UNA risposta. Si, perché in questo caso i più avrebbero risposto allo stesso modo di Diego: “Ma che cosa c'entra, quella è una passione!”. Ora eravamo in riunione, avevo di fronte 35 persone e cominciai a fare un esempio parallelo tra il pescatore e me. Cominciai a parlare con entusiasmo e a sostenere le mie ragioni. Perché per la maggior parte delle persone, lui è normale e io sono da ricovero?. "Ma perché?", continuavo a chiedermi. Se mettere le mani nella cassettina dell’humus per scovare i vermi migliori, prenderli tra le dita, posarli in un recipiente con centinaia di suoi simili, riprenderlo in mano e infilzarlo all’amo e poi rimanere in silenzio, immobili, nelle acque gelide è NORMALE, perché io che vado in ufficio la domenica mattina sono così strano? La risposta era semplice e apriva nuovi orizzonti a chi la faceva sua: perché ero giudicato da “non pescatori”, ovvero da persone che ancora non amavano la loro nuova attività. Già, perché tra appassionati dello stesso sport/hobby/lavoro ci si capisce nello stesso modo in cui non ci si comprende tra passioni diverse. Un pescatore non capirà e non farà mai gli sforzi che fa un alpinista per raggiungere la vetta come non potrebbe mai trovarsi in una sala meeting a relazionarsi con decine di persone. Le passioni ci dividono e questo si sapeva già, ma la bella notizia che vi do è che ci si può appassionare della propria attività e trasformare il proprio lavoro nella passione principale. Alessandro Pozzi

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Questo articolo è stato scritto da Alessandro

Alessandro

Nei primi vent'anni della mia vita ho sofferto molto per la mia timidezza, pagandone un prezzo molto alto. Poi sul mio percorso ho trovato un nuovo lavoro che mi ha cambiato la vita e catapultato nel mondo delle pubbliche relazioni. Oggi addirittura, quando parlo in pubblico, prediligo la vasta platea definendomi un "animale" da palco. La vendita è stata per me una grande palestra e maestra di vita aprendomi le porte dell'insegnamento e del coaching. In cosa sento di avere una marcia in più? Sicuramente nel saper ascoltare e nel comunicare in modo semplice ed estremamente pratico.

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